
Nella scia dell’apripista
Nella dura scorza che ci avvolge si è aperta una fessura, un pertugio microscopico.
Finalmente liberi dagli assilli quotidiani, diventiamo schermitori: saltelliamo sulla pedana della vita con il fioretto teso in un gioco di guerra che guerra non è.
Pariamo e rispondiamo.
Affondiamo d’impulso e subito arretriamo in cerca di un rifugio sicuro.
La nostra spada è una lingua di camaleonte che balza sulla preda.
Le ginocchia sono molle in tensione, zampe di cavalletta pronte alla fuga o all’assalto.
Il volto è velato.
Gli occhi sono velati.
Il corpo intero è un bersaglio.
Un ultimo assalto, là dove la pedana finisce e si trasforma in uno snowboard, in un surf che plana sulle onde di neve leggera.
Sono stato ferito.
Mi reggo su un solo arto eppure corro veloce. Il vento mi spinge.
Guizzo nello tsunami della mia esistenza: non temo i gorghi, i mulinelli, i risucchi.
La mia tavola sono io.
Sono io che scivolo leggero, piegandomi a ogni curva che il destino mi mette davanti.
I muscoli della schiena mi sorreggono, le braccia mi danno equilibrio.
Non vedo ancora il traguardo. Non posso ancora fermarmi e riposare.
Intorno a me era silenzio.
Ora mi accompagnano le note di Mozart, Michael Jackson, Puccini.
Mi conducono i ritmi del sirtaki, delle danze slave, dei suoni etnici.
Ora il freddo è pungente, il pavimento è ghiacciato.
È una nuova ripartenza.
L’asse che mi reggeva si è ridotta fino a diventare un pattino leggero, una lama argentata che disegna ghirigori di fate.
Eleganza ed energia.
Doppio loop.
Triplo Axel.
Siamo in due. La perfezione è il nostro obiettivo.
Le figure si susseguono veloci, l’interpretazione artistica si fonde con il gesto tecnico.
Il pubblico applaude. I fiori mi colpiscono.
Ma la pista è troppo stretta.
Devo correre altrove.
Eravamo in due. Ora non più. La mano che mi stringeva non c’è più.
Non è caduta, non si è allontanata.
Ora sono tante mani che mi cercano: per abbracciarmi o per spingermi via.
Il ghiaccio si è allargato. Le luci sono cambiate.
Il respiro è diventato sudore e ardore agonistico.
Intorno a me corpi che scorrono, lamine che incidono, spalle che urtano.
Siamo una squadra.
I nostri pattini mordono il ghiaccio, i bastoni disegnano traiettorie secche, brevi, essenziali: colpire il disco, mandarlo in rete.
Non c’è musica ora, solo colpi e urla che incitano.
Il disco corre più veloce del pensiero. Lo inseguo, lo perdo, lo ritrovo.
Non cerco più la perfezione.
Cerco lo spazio. Cerco il varco.
La pista è affollata, ostile, necessaria.
Corro, mi scontro, resisto.
Non devo brillare da solo. Sono parte di una squadra.
Un colpo più forte degli altri mi coglie di sorpresa.
Inciampo, cado, ruzzolo sul gelido tappeto ghiacciato.
Solo il mio desiderio di cielo resta intatto.
Ed il cielo è lì.
Basterebbe uno sguardo per coglierne l’incanto e partecipare alla meraviglia.
Ma non siamo fatti per rispettare i limiti.
La vita mi ha segnato il corpo, l’involucro.
L’intimo desiderio di salire lassù nessuna lacerazione può scalfirlo.
Anelo guardare il sole negli occhi, planare con le aquile, giocare a nascondino con le rondini.
E volo leggero.
Il corpo si flette, la schiena si arcua come una canna piegata dal vento, come un arco che scaglia una freccia, come un giavellotto che fende l’aria e vola lontano.
L’asticella mi sfiora.
Le stelle mi fanno l’occhiolino.
No, certo: l’uomo non si identifica con la sua altezza.
La supera.
È come un sogno che si rinnova.
La realtà fa capolino dalle pieghe della storia. Il tempo e la gravità mi riportano a terra.
Una pedana. Un punto fermo. Una base d’appoggio sicura.
E lì, un bilanciere con i pesi sospesi, in attesa di essere sollevato ancora una volta.
Una cintura mi stringe la vita.
La polvere di magnesio asciuga il sudore e rinforza la presa.
Ora è forza pura.
Tensione di nervi d’acciaio. Spirito austero, inflessibile, tenace.
Volontà.
Il record è lì, a un’alzata di distanza.
Ma il tempo che scorre allontana anche i sogni più ricorrenti.
Il podio resta virtuale.
L’emozione rimane reale.
Il futuro non è vicino.
Da lontano si ode un leggero fruscio: sci che scivolano sulla neve fresca.
Un punto prende forma.
La sagoma snella di uno sciatore scende agile fra i paletti.
Le racchette saldate nella stretta delle mani. I guanti riscaldano, gli scarponi creano un unicum, sono gli sci.
Le ginocchia flettono morbide.
Il volto è sorridente.
Caschetto e occhiali celano uno sguardo divertito che incontra l’incerto.
Non sa, lo sciatore, dove finirà la pista.
È incerto il domani. È incerto che qualcuno lo seguirà.
Non vede il traguardo.
Per un apripista il traguardo è sempre un po’ oltre.
A un apripista non serve un traguardo: può solo aprire.
Incisivo.
Con traiettorie misurate.
Senza pressione.
Le punte degli sci schivano tutti i paletti.
L’apripista non imbarca. Se imbarcasse, subito ne nascerebbe un altro.
La pressione della gara non si addice a un apripista.
Forse altri lo seguiranno.
Percorreranno la stessa pista, caleranno gli stessi dossi, supereranno gli stessi ostacoli e poi…
Ancora un grande slalom. Traiettorie misurate. Bandierine scostate con il corpo.
Linee immaginate prima, tratteggiate poi.
Senza l’ansia del traguardo.
Senza alcuna pressione.
Sotto i suoi sci una riga ha preso forma.
Su quella riga si sono allineati i corpi, le cadute, i salti, le spinte, le ripartenze.
Tutti i gesti che hanno attraversato questa storia minima.
Un giorno cambierà anche l’apripista.
Cambierà il passo, il corpo, la forma del gesto…
La sua traccia resterà nel tempo.